Introduzione

Questo Rapporto non è un resoconto sull’innovazione delle regioni italiane. E’ invece, come il suo titolo prefigura, un rapporto sull’innovazione nell’Italia delle regioni. Il contenuto infatti guarda al Paese nella sua complessità: ma lo fa da un punto di vista particolare, quello dei diversi territori che lo compongono e ne caratterizzano in modo peculiare la fisionomia.
 
Questo rapporto si propone di descrivere i processi innovativi che avvengono nell’Italia delle regioni, con la piena consapevolezza della difficoltà di declinare la parola “innovazione”, troppo frequentemente usata nel dibattito politico, in un insieme adeguato di fenomeni, indicatori, attori e processi. E’ un lavoro che di fatto avvia un percorso importante da approfondire negli anni, con l’obiettivo di portare al tavolo delle decisioni politiche ed amministrative informazioni pertinenti e affidabili.
 
Se guardiamo all’Italia nel suo complesso quasi tutte le classifiche non ci collocano in posizione avanzata, in Europa e nel mondo, registrando la difficoltà di attuazione di efficaci politiche nazionali. E’ questo il risultato di un decennio di aspettative talvolta confinate in contesti di sperimentazione e non di sistema, di una difficoltà a governare centralmente i processi di innovazione.
 
Ma se accantoniamo la scala delle classifiche a livello dei paesi, e utilizziamo quella più fine delle indagini europee a livello regionale, il quadro cambia sensibilmente e abbiamo in alcuni casi per alcuni indicatori regioni italiane che scalano le classifiche.
Il livello regionale appare nel nostro Paese il livello territoriale nel quale, pur tra grandi diversità e difficoltà, si manifesta tuttavia la capacità di promuovere politiche dell’innovazione efficaci e tali da incidere su qualche indicatore significativo.
 
Gioca a favore del livello territoriale la relativa omogeneità delle condizioni infrastrutturali, che consente di concepire ed avviare politiche effettive di contrasto del digital divide. La stessa disponibilità di risorse indirizzate allo sviluppo dell’innovazione appare molto più significativa a livello locale, dove più immediata appare la rilevazione della potenziale utilità degli investimenti nel settore ICT, e dove possono essere ancora utilizzate, in quantità e con modalità diversificate, risorse europee destinate all’innovazione.
 
Ma soprattutto, a livello regionale, si rivela, in molti territori, la presenza di soggetti professionali attivi. Non solo funzionari, dirigenti ed esperti dell’amministrazione regionale, degli enti locali e delle società in house, ma anche piccole imprese innovative radicate nel territorio, competenze professionali diffuse, talvolta ricercatori ed universitari disponibili a scambiare la loro precarietà con obiettivi socialmente rilevanti. Queste reti di innovazione vengono spesso formalmente riconosciute nelle “community network” che si organizzano sul territorio, che riescono a dare continuità ai processi di innovazione, e che spesso hanno garantito continuità di competenze e di indirizzi anche in presenza di avvicendamenti politici.
 
Dunque quantità di risorse destinate all’innovazione, continuità di indirizzo garantita dalla possibilità di programmare il processo di innovazione in un quadro normativo stabile, presenza di reti professionali di qualità e livelli di complessità adeguati alla capacità di governo. Queste sembrano alcune delle ragioni che fanno dell’ambito regionale il livello territoriale più promettente per lo sviluppo dell’innovazione.
Concentriamo ora l’attenzione sul nostro Paese. Confrontando tra loro le diverse regioni ecco emergere, nel complesso delle rilevazioni, il tradizionale divario tra regioni del centro-nord e regioni del sud, anche se l’analisi dei singoli indicatori riserva qualche sorpresa, e richiede specifiche interpretazioni di dati che ad esempio, su qualche dotazione infrastrutturale, segnalano alcune evidenti contraddizioni e qualche insperata potenzialità.
 
Ma, oltre a ciò, anche in questo caso dobbiamo raffinare la scala dell’indagine, mettere a fuoco elementi di maggior dettaglio: se ad esempio passiamo dal livello degli indicatori regionali alla descrizione qualitativa dei singoli progetti, tra quelli maggiormente rilevanti, scopriamo che vi sono progetti eccellenti in corso di realizzazione anche nelle regioni che presentano un relativo ritardo.
In grande sintesi il quadro che ne deriva, se guardiamo al Paese dal punto di vista dei territori, è quello di grande varietà che non esclude, malgrado tutto, politiche efficaci, realizzazioni di eccellenza, investimenti lungimiranti. Una fotografia dell’Italia che non sorprende: l’innovazione “nonostante”.
 
Fortunatamente però il rapporto non si limita a questa fotografia, simile ad altri fenomeni che caratterizzano il nostro Paese anche in altri settori. Infatti, una larga e documentata sezione del rapporto RIIR 2010 è dedicata a raccontare l’aspetto più peculiare e interessante dell’innovazione che si sta realizzando in Italia a livello regionale.
Si tratta della cooperazione, sui temi dell’innovazione, tra tutte le regioni italiane.
 
La cooperazione racchiude molti aspetti, descritti puntualmente dal rapporto. Cooperazione vuol dire mettere in comune le competenze professionali delle diverse amministrazioni. Dirigenti e funzionari regionali responsabili delle politiche di innovazione e della loro realizzazione cooperano tra loro ormai da diversi anni nell’ambito del CISIS dove trovano rappresentanza le componenti regionali informatiche, statistiche e dei sistemi geografici. Rappresentano una rete stabile di cooperazione professionale a livello nazionale in grado di trasferire da un territorio all’altro competenze ed esperienze tecniche ed amministrative.
 
Cooperazione vuol dire realizzare in comune progetti interregionali di infrastruttura, come è avvenuto nel caso del progetto di Interoperabilità e Cooperazione Applicativa Regionale (ICAR). In questo ambito la totalità delle regioni italiane sono riuscite a realizzare una comune infrastruttura multi-regionale. Significa cioè che hanno deciso insieme quali erano le regole tecniche e le architetture da realizzare, che alcune si sono divise il compito di realizzare le componenti tecnologiche e che tutte hanno potuto riutilizzare questa infrastruttura nel proprio contesto tecnologico ed organizzativo. Il tutto mettendo in comune le risorse finanziarie necessarie, cioè sperimentando anche la “tecnologia amministrativa” della cooperazione che offre una disseminazione efficace su tutto il territorio. E’ grazie a questa esperienza che si sono consolidate ulteriori collaborazioni, quale, ad esempio, quella di grande rilevanza con il Ministero dell’Interno sulla interoperabilità dei dati anagrafici.
 
Cooperazione vuol dire valorizzare la capacità che le regioni hanno maturato nel realizzare il progetto ICAR anche in altri progetti interregionali, quale, ad esempio, quello della dematerializzazione dei processi amministrativi, tema prioritario concretamente avviato con il progetto ProDE. Altri progetti interregionali in corso di avvio sono quelli relativi al territorio, al catasto e alla fiscalità, di estrema rilevanza nel contesto di attuazione del federalismo nel nostro Paese.
 
Cooperazione vuol dire collaborare con gli Enti Locali del proprio territorio, facendo del coordinamento regionale non la rivendicazione di una competenza istituzionale, ma un servizio utile, riconosciuto come tale dagli Enti locali di ogni territorio.
Cooperazione tra le regioni vuol dire infine offrire allo stato centrale l’opportunità di riuscire a realizzare politiche nazionali senza spreco di risorse e in tempi rapidi, appoggiandosi alle soluzioni innovative già realizzate a livello regionale e sostenendo il loro trasferimento alle altre regioni.
 
A questo stimolo fa riferimento il quadro del rapporto che descrive la collaborazione tra le società ICT pubbliche che operano a livello regionale: una rete nazionale di aziende regionali pronte ad operare per tradurre in servizi operativi la cooperazione interregionale.
Il Rapporto RIIR 2010 parla quindi di federalismo dell’innovazione e dimostra, con l’evidenza dei fatti, l’utilità della cooperazione ai fini del reale cambiamento.
 
Troverete questi contenuti in una parte di lettura complessiva articolata intorno a policy, infrastrutture e attori dell’innovazione. Chiudono il rapporto le singole schede regionali che in maniera sintetica offrono una vista sui singoli territori.
 
E’ solo l’inizio di un percorso che si intende proseguire con continuità, consolidando e sviluppando ulteriormente, all’interno dell’Osservatorio CISIS con la collaborazione di FORUM PA, il sistema di indicatori proposto in questa prima edizione, valorizzando sempre più la collaborazione con l’ISTAT e con tutti gli altri soggetti, nazionali e locali, interessati a raccogliere ed elaborare informazioni sui fenomeni di innovazione che saranno rilevanti negli anni a venire.
 
Lucia Pasetti, Vicepresidente Cisis
 
 
 

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